Vivere a Venezia durante il Lockdown

Il racconto di uno studente di Italiano. William ha vissuto a Venezia durante il primo lockdown del 2020

William ha scritto questo bellissimo articolo dove ci parla della sua esperienza a Venezia durante il primo Lockdown del 2020

Sono arrivato a Venezia alla fine di gennaio per studiare come visiting student presso la Ca’ Foscari per il secondo semestre dell’anno accademico. Lo scopo del mio soggiorno era di studiare con il Prof. Filippomaria Pontani, un esperto nell’ambito del mio dottorato, e di consultare dei manoscritti tenuti nella biblioteca Marciana di Venezia, che sono importanti al riguardo. Più ampiamente, volevo confrontare gli studi classici in Italia con la tradizione anglo-americana in cui io sono cresciuto. (Sono un dottorando in lettere classiche a Cambridge). Poi semplicemente volevo avere l’esperienza di vivere all’estero (un mio sogno da sempre). Dei più o meno cento studenti stranieri che sono arrivati alla Ca’ Foscari all’inizio dell’anno, sono stato quasi l’unico a rimanere per tutto il lockdown – infatti, sono rimasto lì fino al primo agosto. 

Innanzitutto, come magari non tutti sanno qui a Cambridge, il lockdown si è svolto in maniera completamente diversa in Italia che nel Regno Unito. Il Coronavirus è arrivato molto prima in Italia, infatti ha quasi coinciso con il mio arrivo (una mera coincidenza). Per me, questo ha significato che le Università, le biblioteche, i musei e le gallerie in Veneto sono stati chiusi dalla fine di febbraio.  

Qualche settimana dopo è iniziata la fase della quarantena. Durante la quarantena, che è durata quasi due mesi, non era consentito di lasciare il proprio domicilio se non per fare la spesa, per andare in farmacia, o per fare una passeggiata con il cane (o il bambino). Non avendo né un cane né un bambino, sono dovuto rimanere chiuso dentro casa tutto il giorno. Ogni volta che si andava fuori, si doveva compilare un modulo, scaricato dal sito del governo, nel caso in cui i carabinieri o l’esercito ti avessero fermato. Queste misure, per quanto fossero pesanti, hanno diminuito fortemente il numero dei contagiati. Hanno proibito però anche a me di incontrare gli altri, a parte i miei coinquilini, per otto lunghe settimane. 

Non sono morto a Venezia, però. Anche se col tempo sempre più vicini di casa si sono ricoverati in ospedale con una regolarità davvero inquietante e addirittura nefasta. E anche se pensieri micidiali a volte mi galleggiavano in mente con una frequenza non meno impressionante, il fine settimana prima dell’annuncio del lockdown mi sono trasferito (per un paio di giorni, pensavo) da un amico che viveva a Cannaregio, al nord dell’isola. 

Sulla strada in cui lui viveva dimorò una volta il pittore Tiziano! Ma all’epoca della pandemia, altre associazioni sembravano più rilevanti. La nostra casa stava proprio vicina all’ospedale (sicuramente l’ospedale più bello al mondo), da dove, notte e giorno si sentivano le sirene delle barche-ambulanze. E davanti all’altro lato dell’edificio, si affacciava la lugubre isola di San Michele con i suoi giardini di cipressi, il cimitero e mausoleo dove si seppelliscono i Veneziani. 
A volte mi sentivo quasi chiamare da quegli alberi. 
Un posto perfetto in cui abitare durante una pandemia, insomma. 

Per raccontare tutte quelle esperienze – gloriose, gioiose, tragicomiche, e quelle semplicemente bizzarre – che ho avuto dentro quelle quattro mura a Cannaregio ci vorrebbe un altro blog. Del resto, più interessante è stato quello che è successo dopo la fine del lockdown. L’altra faccia della medaglia era la miracolosa opportunità, appena è stato consentito di uscire, che noi abitanti di Venezia abbiamo avuto di andare a spasso per la città, girando liberamente per le sue calli e campi sterminati e affascinanti. Appena aperto, come dire, il portone di casa, abbiamo scoperto che di turisti non c’erano più (l’altra peste di Venezia). La città era solo per noi, anzi ci chiamava a esplorarla.  

In quei gloriosi giorni subito dopo la fine del lockdown, si poteva andare più volte allo stesso posto di solito affollato senza incontrare quasi nessuno (una meraviglia). Si andava a San Marco per ammirare gli ornamenti delle colonne del Palazzo Ducale o per godersi liberamente la facciata della Basilica, gelato in mano. La città si è risvegliata come da un lunghissimo sonno. “I Veneziani stanno iniziando a scoprire la loro città”, ha scritto un giornalista veneto. Man mano si incontravano più persone in giro. Dopo un mese sono stati riaperti i musei, le mostre, le biblioteche. Dopo un altro mese si poteva mangiare di nuovo al ristorante e finalmente incontrare tutti quei ragazzi e ragazze che si aveva conosciuto su Tinder durante i lungi mesi del lockdown. Il senso di felicità e di sollievo era immenso. 

Non tutto è andato liscio, però. Dopo la fine della quarantena sono tornati, non i turisti, almeno non ancora, ma persone anche più fastidiose di loro: quelli che a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo della città insistono nel suonare il flauto dolce. Poi è successo qualcosa di ancora più grave: un’esplosione in una fabbrica chimica a Porto Marghera, diffondendo fumi tossici nell’aria per tutta la laguna in pochi minuti. Fantastico! Menomale che ci sono stati pochi feriti. Poi finalmente sono arrivati i turisti – o, meglio, i tedeschi. Ma quando arrivano i tedeschi in un posto, il senso di divertimento…

Sono ancora vivo, non sono morto a Venezia, una città tutt’altro che serenissima in un periodo irrepetibile della sua storia. 

William

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